GIORDANO BRUNO (126)

 

 Regia: Giuliano Montaldo

Fotografia: Vittorio Storaro

Produzione: Italia/Francia 1973

Interpreti: Gian Maria Volonté, Mathieu Carrière, Charlotte Rampling, Renato Scarpa, Massimo Foschi.

 

Il film narra gli ultimi anni della vita del filosofo Giordano Bruno(1548-1600), dal 1592 al 1600. A Venezia Giordano Bruno prende motivo da una processione commemorativa della vittoria di Lepanto per condannare una religione che fa uso della violenza. Fra amici e poi con l’amante nuda espone le sue idee filosofiche nutrite di panteismo e il suo concetto di un duplice religione: una fatta per il popolo, l’altra che è liberazione e superamento, riservata ad uomini superiori. Giovanni Mocenigo, suo ospite, è spaventato da questo ex frate spregiudicato di linguaggi e costumi, più spesso ubriaco che sobrio, e lo denuncia all’inquisizione.

Rivestito l’abito domenicano, Giordano Bruno affronta fieramente gli interrogatori e nonostante l’opposizione del Patriarca è trasferito a Roma Quivi ha modo di sostenere le due idee: la verità e la scienza contro la Chiesa, il culto della religione contro le religioni, presenza di Dio in ogni particella della materia, rifiuto dei dogmi fondamentali del cristianesimo. Nonostante le umane prese di posizione di Clemente VIII e del cardinale Bellarmino (con il quale ha un lungo colloquio), Giordano Bruno viene torturato, terrorizzato, ridotto ad espressioni blasfeme nella sua esasperazione. Il 17 febbraio 1600 muore sul rogo.

Commento critico di Lino Micciché - Cinema italiano degli anni '70

Narra la tragedia greca che Atteone, educato alle virtù venatorie dal centauro Chirone, recandosi un giorno a caccia con una muta di 50 cani, sorprese e contemplò a lungo

ignuda la dea Diana restandone per punizione trasformato in cervo e venendo quindi "cacciato" e poi divorato dai propri stessi cani. In De gli eroici furori, un’opera in volgare scritta a 37 anni, Giordano Bruno reinterpreta l’antico mito come un’allegoria dell’avventura conoscitiva dell’uomo che, cercando la Natura, simulacro corporeo di Dio nel conoscerla vi si identifica raggiungendo il massimo grado dell’ascesi: la trasformazione della realtà in se stesso nella realtà e della realtà in se stesso: al culmine, cioè, di questa lunga battaglia per la conoscenza, cui si è spinto da un "eroico furore", l’uomo raggiunge "il fonte de tutti li numeri, de tutte specie, de tutte ragioni, che è la monade, vera essenza dell’essere, de tutti"; e fissando "l’occhio de l’eternitade" supera la propria contingente esistenza accettando, come una farfalla verso la luce, di dissolversi, riconoscendovisi, nell’infinità del tutto.

Se credessimo alla preveggenza, potremmo dire che nel 1585, vagando tra la corte inglese di Elisabetta e quella francese di Enrico III, Giordano Bruno previde le ragioni della propria morte, avvenuta quindici anni dopo, a Roma, a conclusione di sette anni di prigione e di pratiche processuali e dopo che il filosofo nolano aveva sdegnosamente rifiutato alla Santa Inquisizione ogni abiura delle proprie teorie e dei propri scritti. La realtà, né magica né mitica, è che tra il 1580 e il 1590 – il decennio durante il quale videro la luce la maggior parte delle didattiche letterarie, scientifico-matematiche e filosofico-morali di Bruno- l’ex frate domenicano andò delineando, forse più ancora che una filosofia, le basi teoriche e le indicazioni morali di una pratica esistenziale caratterizzata da una dionisiaca vitalità conoscitiva e da una febbricitante religione della natura. Se dunque come filosofo egli si caratterizzò – e tuttora occupa un posto rilevante nella storia della filosofia – per una fiera polemica antiaristotelica e una scelta, invece, neoplatonica, che esclusero tuttavia un culto del trascendente ed ebbero forti accentuazioni panteistiche, fino a sfiorare vere e proprie posizioni materialistiche (egli accettò dal neoplatonismo il concetto dell’inconoscibilità di Dio identificandone però nella Natura l’essenza oggettiva e la virtù), come intellettuale e come uomo, testimoniò con lucido ed esemplare coraggio l’autonomia del pensiero davanti al potere e la coerenza di un progetto morale vissuto anche, e fino in fondo, come progetto esistenziale. In questo senso, e anche oltre i limiti della sua ricerca, Giordano Bruno è tra i maggiori "eroi del pensiero" dell’evo moderno. Una figura per certi versi paragonabile quanto ad esemplarità a quella di Socrate nell’evo antico.

Tuttavia la piena comprensione di tale eroismo e della sua tuttora attuale esemplarità non può venire evidenziata separando in due distinti momenti l’attività speculativa di Bruno e la sua disavventura politica-religiosa e, vedendo l'unità di questi due aspetti, unicamente nel rogo conclusivo su cui ambedue finirono; ma soltanto invece considerando come profondamente compenetrati ed inseparabili i due momenti, poiché la grandezza di Bruno consiste nell'averli vissuti ambedue integralmente, l'uno come ragione dell'altro. Sfuggirebbe altrimenti, se commettessimo l'errore di separarli, che la peculiarità della morte che Bruno scelse pur potendola evitare, sta nel fatto che morendo per un’astratta questione di principio egli la rese concreta; e soprattutto che, se la storia dell’umanità, dal cristianesimo primitivo alla resistenza, è piena di uomini che seppero morire per testimoniare la propria fedeltà ad un ideale comune ad altri uomini, il caso di Giordano Bruno, è particolarmente eccezionale perché egli seppe morire in assoluta solitudine per un ideale che era soltanto suo, esemplificando quindi una coerenza con se stesso ed un rigore incomparabilmente assoluti.

Quanto dicevo sopra va tenuto in qualche modo presente di fronte al film Giordano Bruno del regista Giuliano Montaldo. In Giordano Bruno ha inteso evidentemente proseguire sulla strada di un cinema civile, capace di comunicare allo spettatore con l’esempio di ieri, una maggiore coscienza dell’oggi.

Dirò che il Giordano Bruno di Montaldo mi sembra in questo senso un film incontestabilmente utile. E non soltanto per la divulgazione che esso è destinato a compiere di una vicenda storica conosciuta dai più per sommi capi; ma anche perché di quella vicenda vengono sufficientemente messe in luce e sottolineate, se non tutte le ragioni, almeno alcune: quelle fondamentali per darne un giudizio di massima e collocarla tra le pagine più vergognose della storia.

Tuttavia il film è in buona parte caratterizzato proprio da quella mancata compenetrazione tra i due aspetti della figura di Bruno cui facevo più sopra accenno.

Mi rendo certamente conto che fare un film su un filosofo è compito improbo e che, forse più improbo ancora, è fare un film su un filosofo che afferma la grandezza della propria ricerca morendo per essa. Va certamente dato atto a Montaldo di avere frenato al massimo la banalizzazione del tutto in mero spettacolo, cercando in tutta la prima parte di costruire una dialettica presentazione del personaggio, mediante una struttura ad incastro, linguisticamente assai mossa e fin troppo ricca di materiale.

Rimane il dubbio che questo film, pur utile e dignitoso e destinato probabilmente a restare tra i più apprezzabili di questo scorcio di stagione, risulti sotto certi aspetti eccessivamente allusivo per quanti già conoscono la materia e ed eccessivamente cifrato per quanti non la conoscono. E che, insomma, non sia del tutto agevole cogliere in esso che Bruno scelse la morte con "eroico furore" nella certezza che quello era il prezzo per identificarsi con la verità in coerenza con quanto quindici anni prima aveva scritto: "Quei furori de quali noi raggioniamo e che veggiamo messi in execuzione in queste sentenze, non sono oblio, ma una memoria: non son negligenze di se stesso, ma amori e brame del bello e del buono con cui di procura farsi con trasformarsi ed assomigliarsi a quello". (2 dicembre 1973)